Dai fast food alla fast communication
15 novembre 2018

Dai fast food alla fast communication

E se Zuckerberg non esistesse? Forse la nostra soglia di attenzione non sarebbe inferiore a quella di un pesce rosso (e non è un modo di dire)!

Oggi tutto è veloce, tutto è immediato, nel mondo geneticamente modificato dai social network 10 secondi sono un’eternità. Facebook, Twitter, Instagram hanno cambiato, e continuano inesorabilmente a farlo, il modo di approcciare all’informazione e la predisposizione di ognuno di noi verso i contenuti.

Già nel 2015 un sondaggio voluto da Microsoft e condotto su 2000 persone iperconnesse tra diversi dispositivi tecnologici, mostrava un cambiamento nel tempo di concentrazione del cervello umano. Se da una parte si è più multitasking, dall’altra la soglia di attenzione è diminuita a 8 secondi, meno di quella di un pesce rosso che pare sia di 9!

È ovvio che i meccanismi alla base della concentrazione sono stati profondamente trasformati anche dall’uso dei social network che bombardano con centinaia di informazioni in pochi secondi con la possibilità di skippare ciò che troviamo poco interessante.

Il cervello tende ad annoiarsi sempre più in fretta e i colossi del web non fanno altro che assecondare questa deriva con nuovi formati sempre più immediati e veloci per catturare l’attenzione: strumenti come video e stories vanno per la maggiore a discapito di contenuti che prediligono immagini o, peggio ancora, parole.

Di conseguenza il mondo della comunicazione deve trovare nuove soluzioni soprattutto se si rivolge alle nuove generazioni. La fast communication deve tener conto che in pochi secondi bisogna catturare l’attenzione e colpire il destinatario in modo che il messaggio non sia dimenticato altrettanto velocemente.

Per evitare lo svilimento della comunicazione, quindi, bisogna operare in controtendenza ribaltando il rapporto tra tempo ed attenzione. Come? Dando importanza alla storia e non più solo al messaggio pubblicitario. Ogni spot è ormai un racconto, un vero e proprio episodio a sé, qualcosa da continuare a guardare perché ha un suo filo narrativo che esula dal brand che pubblicizza, un carosello in chiave contemporanea, insomma.

I prodotti più riusciti sono quelli che riescono a coinvolgere i destinatari in una esperienza emozionale che sappia stimolare i 5 sensi associando il brand ad emozioni piacevoli in modo da amplificare esponenzialmente il messaggio pubblicitario. Anche il silenzio, per definizione l’assenza di parole e rumore, è un ottimo strumento per catturare l’attenzione e per spezzare la narrazione mettendo a fuoco il messaggio. Lo sanno bene gli attori che in teatro utilizzano le pause per accentuare i concetti più importanti e anche i comunicatori che si servono del silenzio per riportare l’attenzione su di sé proprio quando la loro platea è più disattenta.

Anche perché raccontare tutto in pochi istanti non fa altro che svuotare ulteriormente di contenuti qualunque messaggio pubblicitario. Rincorrere i famigerati 5 secondi (prima che sia consentito lo skip su piattaforme come Youtube) ha come conseguenza il portare all’estremo questa tendenza fino ad azzerare completamente lo storytelling. E il prossimo passo dopo i 5 secondi è la NO communication!